Saranno in molti a rendere omaggio a Raffaello Paloscia, decano dei giornalisti sportivi e mito del giornalismo, scomparso ieri ed esposto oggi, domenica 26 ottobre – dalle 15 alle 19, nella Sala Pegaso di Palazzo Sacrati Strozzi, sede della presidenza della Regione Toscana. L’esposizione continuerà lunedì, dalle 9 alle 13. Nel pomeriggio, alle 15, i funerali nella chiesa del Preziosissimo Sangue, in via Boccherini 23, a Firenze.
Grazie alla sensibilità del presidente della Regione, Eugenio Giani, tanti tifosi viola, tanti fiorentini, toscani e di tutt’Italia, che hanno seguito, nei decenni, il prezioso lavoro di Paloscia fatto di cronache precise, commenti misurati, critiche costruttive, potranno dare al “maestro” l’ultimo saluto.
Raffaello Paloscia ha raccontato la storia del calcio italiano, sempre a stretto contatto con i più importanti protagonisti, a cominciare da Artemio Franchi, Fino Fini e Ferruccio Valcareggi. Era di casa al Centro Tecnico di Coverciano dove due anni fa, in un’aula magna gremita gli fu assegnata la “Penna d’oro” dal sindacato dei giornalisti (nella foto). E di casa era ovunque si facesse calcio, sempre stimato da addetti ai lavori, appassionati, tifosi. Tutti gli volevano bene, tutti lo riconoscevano e lo avvicinavano nonostante la sua pacifica riservatezza ornata dal sorriso e battuta pronta.
E’ bello il ritratto che ne dipinge l’Associazione stampoa Toscana: “Raffaello se n’è andato, quasi in punta di piedi, a 97 anni, dopo una vita nella quale ha incarnato il vero modello di giornalista sportivo: stile essenziale, leggero ma incredibilmente incisivo, mai sconfinato nella polemica spicciola e inutile, risultando un vero maestro per generazioni di cronisti sportivi: ha raccontato i due scudetti della Fiorentina (1955-56 e 1968-69), i Mondiali di calcio, le Olimpiadi. Due anni fa, nel giorno del suo novantacinquesimo compleanno, venne insignito della “Penna d’oro” dall’Associazione Stampa Toscana ed entrò come ambasciatore nella Hall of Fame del Museo Fiorentina.
Cominciò a scrivere che aveva poco più di vent’anni. Nato a Urbino il 27 settembre 1928, dopo l’esordio al Corriere dello Sport, nell’agosto del 1950, venne chiamato da Giordano Goggioli a “La Nazione” dove contribuì, appunto insieme a un altro fuoriclasse del giornalismo come Goggioli, a inventare quel “giornale del lunedì” che era un quotidiano sportivo all’interno della testata: dove si trovavano tutti gli avvenimenti della domenica, fino ai dilettanti di terza categoria. Poi diventò il capo di quella redazione sportiva, composta anche da Giampiero Masieri, Sandro Picchi, Carlino Mantovani, Giorgio Moretti.
Raffaello ha legato indissolubilmente il suo impegno professionale alla Fiorentina: appena assunto fu incaricato di seguire il nascente squadrone di Fulvio Bernardini (del quale divenne grandissimo amico, al punto di chiamare Fulvio il suo secondo figlio) vincitore dello scudetto nella stagione 1955-56 e secondo nella Coppa dei Campioni nel 1957 (con un rigore “inventato”, a Madrid, a favore del Real). Ha quindi raccontato tutte le seguenti stagioni viola e naturalmente il secondo scudetto del 1968-69. Celebrando per i lettori i campioni: da Julinho e Montuori a Sarti, Albertosi e Hamrin; da Chiarugi, De Sisti e Amarildo, fino ad Antognoni, Baggio, Batistuta, Luca Toni, Mutu”.
Raffaello Paloscia è stato anche apprezzatissimo collaboratore di “Stadio” e delle pagine sportive del “Corriere della Sera” e del nuovo Corriere di Firenze. Per qualche decennio, uno dei più seguiti commentatori nei talk show televisivi.
Se ne è andato a poche ore da una partita a cui teneva tanto, il derby dell’Appennino, il derby tra viola e il Bologna che aveva nel cuore.
La Fondazione Artemio Franchi, con il presidente Francesco Franchi, da sempre legatissimo a Raffaello si stringono alla famiglia, alla moglie Annamaria e ai figli, Alberto e Fulvio.
Testo e foto Maurizio Fanciullacci




